lunedì 13 marzo 2017

Una volta mi suicidai.

Se c'è una cosa che avrei voluto fare, negli ultimi ventidue anni, è questa.
Adesso che l'ho fatta mi rendo conto di quanto sia esoterica, autocelebrativa e nel complesso futile; ma siccome mi sono preso la briga di disegnarla, troverei affatto irragionevole non sbattervela in faccia.

Di questo flusso di coscienza in forma grafica, o graphic stream of consciousness per gli zelatori degli anglismi superflui, salvo se non altro il valore storico.
Divulga un episodio fondamentale della mia vita, difficile a riassumersi ogni volta che mi trovo a spiegare quant'io sia coglione - e accade spesso.
D'ora innanzi basterà un ipertesto.




















mercoledì 6 luglio 2016

Et voilà: bloccato!

Questa vignetta m'è costata il mio primo blocco di ventiquattr'ore su Facebook.
Per un'intera giornata potrò essere solo spettatore immateriale di quanto viene scritto sulla mia bacheca, né sarò autorizzato a rispondere ai messaggi privati che ricevo.

Non intendo sollevare una polemica contro la policy di Facebook, iniziativa che mi pare lasci un po' il tempo che trova, ma è interessante come -tra tante vignette gratuitamente volgari, scorrette, disturbanti che disegno- questo "Paperone che calcia un negro" mi appaia innocuamente sarcastico.

Pensateci un attimo.
Paperone incazzato con un negro in quanto negro, ovvero per una qualità che sicuramente non dipende dalla volontà di quest'ultimo: l'ironia è palese, no? Nessuno si sognerebbe mai di prendersela con le rondini perché sono rondini, con gli italiani perché sono italiani, o con i poveri perché sono poveri.

Oppure è la parola negro che fa specie?
Perché Paperone, con quel suo cazzetto moscio e male in arnese, qualche motivo di dispetto potrebbe averlo sul serio.
Ciò spiegherebbe come mai l'anziano plutocrate adoperi intenzionalmente un termine (corretto ma) dotato di una connotazione ormai spregiativa, infierendo contro un individuo che oltretutto è la caricatura del tipico negretto per come veniva ingenuamente rappresentato fino a una quarantina d'anni fa.

Pochi giorni fa, rileggendo il bellissimo "Gli amori difficili" di Italo Calvino, sono rimasto colpito da un passo della novella intitolata "L'avventura di un lettore".
Il passo è questo:
La villeggiante lo ascoltava mostrando un grande interesse e ogni tanto interloquiva, sempre a sproposito come fanno le donne.
Lì per lì mi è venuto da sorridere all'idea di questo Calvino d'atri tempi, che non si vergogna a sfoggiare la propria misoginia. Poi però mi sono chiesto se il racconto, per quanto scritto in terza persona, non esprima invece le opinioni soggettive del protagonista, certo Amedeo Oliva.
Beninteso, non so se Calvino fosse maschilista, né d'altra parte le sue qualità personali potrebbero intaccare la stima che ho di lui come autore: ma trovo ragionevole che il suo racconto sia finzione, nell'accezione più nobile del termine.

Su una cosa credo siamo tutti d'accordo: il panorama d'una letteratura in cui gli autori fossero capaci a raccontare solo personaggi in cui si identifichino integralmente sarebbe quantomeno desolante.


mercoledì 8 giugno 2016

Ultimavera.

Sono spariti i regionali, gli amati regionali con cui dondolavo a velocità irrisoria tra Genova e Firenze.
Il mondo ha fretta, sempre, e a me tocca adeguarmi: sintetici sian gl'inchiostri, e vaghi. Stavolta s'illustra una storia vera.



martedì 23 settembre 2014

La prova definitiva.

E, insomma.
Col fatto che queste sere c'era poco da fare, in albergo, mi sono divertito a disegnare alla cazzo® questo divertissement. Appunto.

















giovedì 24 luglio 2014

Abandonware.

E insomma, ieri è capitata una cosa che credevo impossibile.
Ho rigiocato "The Adventures of Robin Hood", un videogioco del '92 che era rimasto scolpito nella mia memoria come una delle più appassionanti esperienze ludiche di sempre. Come mai? A vederlo così non fa certo una gran figura, con la sua risoluzione imbarazzante e la sua frame rate inqualificabile, però possedeva un paio di qualità che scatenarono il mio amore incondizionato fin dal primo istante.
Anzitutto, caratteristica innovativa per quei tempi (ma anche per questi, ahimé), tutti i personaggi della pur modestissima mappa conducevano una loro vita autonoma: la gente andava a caccia, a zappare, a raccoglier legna, a questuare, a prender messa, ad assistere alle esecuzioni o ai proclami, e così via, indipendentemente dalla presenza di osservatori. Per me, che all'epoca stavo sviluppando analoghe routines per i miei giochi cartacei, fu stupendo trovarmi immerso in un micromondo vivo.

E poi, la visuale era isometrica.



Probabilmente grazie al suo impianto normalizzatore, fiscale addirittura, quello con l'assonometria è stato già alle scuole medie un altro amore a prima vista.

Per tutta la vita ho dovuto confrontarmi con il mio approccio eccessivamente schematico all'esistenza, è stato ed è uno dei più grandi intralci in qualsiasi impresa, se non il più grande. Solo che all'epoca non sapevo ancora che esistesse.
Ne sia prova questa mappa del gioco in questione, datata al '95 o '96.



Sorrido ripensando a come, disegnandola, trovassi assurdo rappresentare due alberi che nel gioco erano identici con pallini di grandezze differenti; o a come mi sembrasse indispensabile che le caselle presentassero lo stesso esatto numero di simboli.
Contateli: i quadretti di sterrato erboso hanno quattro pallini; quelli di sterrato battuto ne hanno sedici. Tutti quanti.

Col tempo ho imparato a riconoscerle, queste compulsioni; a disciplinarle, o almeno a incanalarle produttivamente - un po'. Però, insomma, ieri è capitata una cosa che credevo proprio impossibile: ho perso.
Due volte di fila.

(mappone composito by Kennel - reperito su VGMaps.com)

sabato 5 luglio 2014

Panacea.

Sono contrario alla satira; nel migliore dei casi, trovo che sia del tutto inutile. Però, quando c'è la possibilità di disegnare qualche cazzo ai personaggi Disney®, non me la lascio sfuggire.


giovedì 15 maggio 2014

La morte delle illusioni.

Scoprii "La morte di Marat" in seconda o terza media, e fino a ieri sono rimasto convinto che ritraesse un suicidio: anzi, per tutti questi anni ha rappresentato il suicidio, nella mia immaginazione (la penna, il messaggio, l'abbandono del corpo vigoroso). Solo dopo aver finito il disegno, ho scoperto la verità si Wikipedia.
Questo Archimede rimarrà l'involontario tributo a una disillusione quasi quartodisecolare.



domenica 29 dicembre 2013

Intervista a Sir Gore.

Il fumetto ci scappa spesso, durante il viaggio in regionale: stavolta è particolarmente brutto e storto, ma con un protagonista d'eccezione.